Il caos che aveva in quel momento nella mente era nulla paragonato all'incredibile
emozione provata, come se all'improvviso tutti i suoi sogni lo avessero chiamato
per dargli il bacio d'addio, abbandonandolo per sempre alla tristezza fin troppo
reale della sua esistenza.
Eppure i suoi sentimenti erano limpidi e puri come l'acqua di un torrente montano,
mentre la parte cosciente e razionale del suo cervello rigetta ancora oggi la
verità di quell'avvenimento, pur custodendone gelosamente il ricordo,
pur continuando a sperare.
Lui non era mai stato un ragazzo con i piedi per terra ma preferiva giocare
il ruolo dell'eterno sognatore, rimpinguandosi la testa di racconti fantastici
e fantascientifici; era dell'idea che il modo migliore di passare il tempo fosse
di accrescere la propria cultura, privilegiando un libro anche di dubbio gusto
alla migliore delle trasmissioni televisive di cui andavano pazzi i suoi amici.
Spesso sentiva dentro di sé qualcosa che premeva, una sensazione di grandezza,
come se la natura gli avesse concesso un potere negato a tutti gli altri, la
fantasia, e a volte si divertiva a prendere in giro sé stesso giocando
con la sua mente fertile.
Quel particolare giorno non era sembrato molto diverso dagli altri, le solite
facce, il solito gelo invernale, i soliti divertimenti con gli amici e come
ogni sera, alle sette in punto a prendere l'autobus carico di gente per rincasare.
L'autobus si fermò davanti a lui sbuffando vapore come un enorme drago
meccanico e spalancò le porte per vomitare persone all'esterno e per
accoglierne altre nel suo caldo ventre: chissà per quale miracolo, lui
riuscì a trovare un posto libero appena entrato nonostante le molte persone
in piedi, pressate le une dalle altre, infreddolite e soprattutto innervosite
dalla confusione generale che ognuno di loro contribuiva ad alimentare.
I suoi occhi si muovevano veloci da un viso all'altro, ricercandone qualcuno
di conosciuto fra gli inespressivi giganti di ghiaccio che lo circondavano,
ma alla fine andarono a fissarsi sul vetro appannato del finestrino, dando l'impressione
che anche il suo sguardo fosse stato catturato dalla morsa del gelo.
Che altro avrebbe potuto fare, allora, se non fantasticare un po'?
In quei giorni era immerso nella lettura di un affascinante romanzo incentrato
sulla telepatia, il linguaggio della mente, il controllo dei sentimenti, la
comunicazione psichica; posò lo sguardo quindi sul volto di una persona,
una qualsiasi, anonima, meno che sconosciuta, e chiudendo gli occhi si sforzò
di entrare in contatto mentale con lei.
Naturalmente non credeva di riuscirci veramente, comunque era divertente provarci
e ripeté l'esperimento con altre persone per un paio di minuti.
La gente intorno cominciava però ad innervosirlo notevolmente, avrebbe
dovuto sopportare quella situazione ancora per poche fermate, ma era tutta una
serie di cose che sommate fra loro rendevano quel tragitto infinitamente lungo
e insopportabile: il freddo, la gente pressata e pressante, asfissiante, le
voci fredde anch'esse, taglienti, insinuanti, penetranti e acute, le luci intermittenti
della strada e le ombre sopra di lui, la confusione tutt'intorno che lo confondeva,
lo angosciava e la sua mente che gridava aiuto.
"Puoi sentirmi?" pensava verso un ignoto e immaginario interlocutore
"Puoi leggere nella mia mente e aiutarmi a sopportare? Aiuto, è
insopportabile..."
E improvvisamente accadde qualcosa, le voci si tacquero, le luci si spensero
ed il gelo si trasformò in tepore materno: per un istante, un solo incredibile,
eterno istante la sua mente ricettiva venne accarezzata dai sentimenti di qualcuno,
una persona in grado di capirlo, di proteggerlo e lui si sentì per un
momento avviluppare dal calore del cuore innamorato di una ragazza, e lei era
là, da qualche parte vicino a lui e poteva leggere nella sua mente tutto
ciò che nessun altro era mai stato in grado di comprendere di lui.
Nulla dura per sempre tranne ciò che noi stessi facciamo durare dentro
di noi: il contatto si ruppe quasi immediatamente ed egli rimase estasiato ad
assaporare dentro di sé ciò che era stato e che lo aveva lasciato,
ciò che non era più.
Salì velocemente in piedi sopra il sedile, davanti agli occhi stupefatti
e indignati degli altri passeggeri: lui li passò in rassegna tutti, quegli
occhi, alla ricerca del calore che poco prima lo aveva protetto per un solo
istante.
Nulla, negli occhi di quelle persone non c'era nulla oltre alla fredda ostilità
verso di lui; la portiera dell'autobus si aprì permettendogli di tornare
nel mezzo del vento gelido di quell'inverno magico. Disincantato, restò
immobile a fissare l'autobus che veniva inghiottito dalla fredda foschia portandosi
dietro i suoi sogni e colei che ora li custodiva, poi si alzò il bavero
del cappotto e si diresse verso casa: era diventato un po' più grande.
Ancora oggi, dopo tanti anni, quel momento magico vive dentro di lui come se
il tempo si fosse fermato in quel preciso istante, e quando arriva l'inverno,
prendendo l'autobus, lui ricorda intensamente quell'episodio, poi chiude gli
occhi e pensa "Puoi sentirmi? Parlami, io sono ancora qui..." ma in
risposta sente solo il vociare stridulo dei passeggeri e la giornata si rattrista.
Ma lui spera ancora, e continuerà a sperare finché la morte non
arriverà ad accarezzare la sua mente portando con sé i suoi ricordi,
le sue fantasie, come quella sera d'inverno, molti anni fa.
©Matteo Gambaro
Terminato il: dicembre 1994